Il dolce dei falò dell’Epifania #
Quando nella notte tra il 5 e il 6 gennaio il cielo del Veneto si accendeva dei grandi falò della Befana, nelle case contadine si cuoceva la pinza. È il dolce povero dell’Epifania per eccellenza, un impasto rustico di farina di mais e frutta secca legato ai riti del fuoco che, secondo la tradizione, dovevano bruciare il vecchio e propiziare il raccolto nuovo. Mentre il “panevin” ardeva nei campi, la pinza cuoceva spesso tra le braci, raccogliendo il profumo del legno e della cenere.
Non è un dolce di pasticceria raffinata, e proprio in questo sta il suo valore: la pinza racconta una civiltà rurale fatta di pochi ingredienti, di nulla che si sprecasse, di sapori intensi e sinceri. Era il dolce di gennaio, quando le dispense conservavano farina gialla, fichi secchi, uvetta e qualche seme aromatico. Riscoprirla oggi significa restituire dignità a una tradizione veneta autentica, lontana dai dolci da vetrina ma profondamente radicata nel territorio.
Una mappa di varianti contadine #
Della pinza non esiste una sola ricetta, perché ogni valle, ogni paese, quasi ogni famiglia ne custodiva una versione. Il filo comune è la base di farina di mais, spesso unita a quella di frumento, che dà al dolce il caratteristico colore dorato e una consistenza compatta, a tratti granulosa. Da lì in poi cambia tutto: c’è chi la arricchisce di fichi secchi e uvetta, chi aggiunge pinoli e noci, chi insaporisce con semi di finocchio, scorza d’agrumi o un goccio di grappa.
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Nelle zone veronesi e vicentine la pinza tende a essere più asciutta e rustica, quasi un pane dolce; verso la laguna e il Polesine si fa più morbida e umida. I semi di finocchio, in particolare, sono una firma identitaria: il loro profumo balsamico e leggermente anisato è il marchio della pinza più tradizionale e la distingue da qualsiasi altro dolce da forno. È una di quelle ricette che, come la torta all’olio d’oliva e limone, fanno della semplicità degli ingredienti la loro forza.
Gli ingredienti della memoria #
La spesa per una pinza autentica è quella di una dispensa contadina di gennaio. La farina di mais, fioretto o bramata a seconda della consistenza desiderata, è l’anima del dolce e va spesso scottata o cotta brevemente in acqua o latte per ammorbidirla, esattamente come si farebbe per una polenta dolce. A questa si uniscono farina di frumento, un po’ di zucchero, burro o strutto, latte, e talvolta un uovo a legare.
La frutta secca è l’altra grande protagonista: fichi secchi tagliati a pezzetti, uvetta ammollata, a volte prugne secche, pinoli e gherigli di noce. Gli aromi completano il quadro: semi di finocchio, scorza grattugiata di limone e arancia, un cucchiaio di grappa o di liquore all’anice. A differenza dei lievitati natalizi, la pinza non punta sulla sofficità ma su un impasto denso e saporito, dove ogni boccone restituisce la concentrazione della frutta e il profumo del mais tostato.
È bene ricordare che la pinza nasce come dolce di recupero: non esiste una dose “ufficiale”, e la tradizione invita a regolarsi sul gusto e su ciò che la dispensa offre. Questa libertà è parte della sua identità e va difesa, non corretta con la pretesa di una ricetta unica.
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La tecnica e la cottura #
La preparazione segue il ritmo lento dei dolci rustici. Si parte ammorbidendo la farina di mais con latte caldo, lasciandola intiepidire; si uniscono poi le farine, lo zucchero, il grasso, gli aromi e infine la frutta secca, ben distribuita nell’impasto. La massa risulta densa e modellabile, non colante: la si versa in una teglia o la si forma a pagnotta bassa, livellandola e decorando la superficie con pinoli e qualche fico.
La cottura tradizionale avveniva nel forno a legna o sotto la cenere; oggi si ottiene un ottimo risultato in forno statico a 170-180 °C per circa cinquanta-sessanta minuti, fino a quando la superficie è ben dorata e una crosticina si forma sui bordi. La pinza deve restare umida all’interno ma cotta a fondo: la prova dello stecchino, che deve uscire appena umido ma non crudo, resta il riferimento più sicuro. Una cottura troppo spinta la seccherebbe, tradendo la sua natura morbida e rustica.
Come molti dolci da credenza, la pinza migliora con il riposo: lasciata raffreddare e attesa un giorno, sviluppa appieno il profumo dei semi di finocchio e degli agrumi, mentre la frutta cede umidità all’impasto rendendolo più amalgamato. Si conserva diversi giorni avvolta in un canovaccio, ed è ottima a fette, magari leggermente scaldata.
Un patrimonio da non perdere #
Riportare la pinza della Befana in pasticceria è un gesto di memoria culturale. In un’epoca in cui l’Epifania è ormai associata soprattutto a dolciumi industriali, questo dolce dei falò ricorda un Veneto contadino in cui ogni festa aveva il suo sapore, fatto di ingredienti del territorio e di gesti tramandati. Accanto ai grandi lievitati come il repertorio dei dolci alle mandorle e alle ricette più celebri della tradizione, la pinza occupa un posto speciale: quello dell’autenticità rustica, del dolce che non ha bisogno di apparire per essere amato.
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Prepararla oggi significa accendere, almeno simbolicamente, uno di quei falò: tenere viva una tradizione di gennaio che profuma di mais, di fichi e di finocchio, e che merita di tornare nelle vetrine e sulle tavole di chi cerca, nel dolce, anche una storia da raccontare.